Perché la crisi economica potrebbe restituirci il Cav. del '94

Si dice che dal male può nascere il bene: forse la crisi finanziaria avrà, per il nostro paese, almeno una conseguenza positiva, ed è quella di restituirci il Cav. del 1994. Il premier si è impegnato a “sostenere l’economia reale e lo si può fare avendo il coraggio di ridurre la pressione fiscale”. Leggi Niente interventi, please
10 OTT 08
Ultimo aggiornamento: 23:25 | 20 AGO 20
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Si dice che dal male può nascere il bene: forse la crisi finanziaria avrà, per il nostro paese, almeno una conseguenza positiva, ed è quella di restituirci il Cav. del 1994. Il premier si è impegnato a “sostenere l’economia reale e lo si può fare avendo il coraggio di ridurre la pressione fiscale”. In un momento di incertezza vasta e generalizzata, questo è l’unico provvedimento le cui conseguenze sono certe, se non nell’entità, almeno nella direzione. La riduzione della pressione fiscale, che tra l’altro era una delle promesse elettorali poi accantonate nel Dpef tremontiano, ha infatti due tipi di conseguenze: incentiva gli investimenti e la crescita, e di conseguenza pone le basi per un aumento nel medio termine del gettito fiscale. Occorre però prestare grande attenzione al modo in cui si interviene.
Quattro dovrebbero essere i principi cardine. Primo, la semplicità: un sistema fiscale opaco e complesso complica la vita a individui e imprese, e in ultima analisi li spinge, al margine, verso il sommerso. Un grande obiettivo politico, oggi, dev’essere quello di farli riemergere agitando la carota del meno tasse, non il bastone della repressione fiscale. Secondo: i tagli fiscali devono essere generalizzati, ma non avere fini redistributivi. Anzi, è essenziali che interessino soprattutto le aliquote più alte, perché è così che si attirano gli individui più creativi e visionari. Tutti i grandi riformisti fiscali, da JFK a Ronald Reagan, hanno cominciato dalla top marginal rate. Terzo: le riduzioni fiscali non si fanno per ragioni cicliche, ma perché sono giuste e utili a prescindere dal ciclo (sebbene la loro necessità sia più chiara durante il bust che durante il boom). Questo per dire che le politiche fiscali devono essere, oltre che sound, anche credible: se gli operatori economici le percepiscono come provvisorie, come un intervento straordinario in un periodo di vacche magre, allora perdono molto del loro effetto. Quarto e ultimo: tagliare le tasse non vuol dire limare qualche zero virgola per cento, ma, letteralmente, abbatterle. Una buona idea sarebbe ripartire dal ganzissimo progetto tremontiano delle due aliquote, 23 e 33 per cento. Ma qualunque schema può andar bene, purché, appunto, punti allo choc positivo sull’economia. Coi tagli fiscali non si può pensare di risolvere la crisi finanziaria, ma si può puntare a chiudere il gap che separa, durante le fasi di crescita, il nostro paese dal resto del mondo.